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Su di me: la versione lunga della storia – parte 2

Il mio primo foglio di carta mi ha dato parecchia soddisfazione anche se era l’imperfezione fatta foglio.

Ho raccolto un po’ di scartoffie in casa, ho frullato il tutto, ho setacciato l’impasto ed eccolo lì, una parvenza di foglio artigianale che ho poi messo al sole ad asciugare.
Ma non era importante fosse brutto, perché era la bozza di un’idea, la nascita di qualcosa e la rinascita di un pezzo di carta da buttare.
Nell’anno a Boston ho continuato a sperimentare con la carta, la curiosità mi guidava a passare ore su internet per cercare informazioni e per capire come avrei potuto realizzare fogli sempre migliori.

Il 2012 è stato decisamente l’anno delle scoperte, oltre alla carta mi sono avvicinata al mondo della sostenibilità ambientale frequentando un corso alla Harvard Extension School a titolo “Environmental Management of International Tourism Development”, un parolone lunghissimo che sintetizzerò dicendo che il corso trattava metodologie per la gestione del turismo sostenibile a livello mondiale.
In classe c’erano studenti da tutto il mondo e ricordo la sensazione, a 19 anni, di sentirmi veramente molto piccola in un contesto così grande e per me completamente nuovo! Il corso alla Harvard ed il mio primo foglio di carta riciclata sono stati una combinazione vincente che piano piano hanno aperto un percorso (anche se ancora non lo sapevo) verso quella che sarebbe diventata la mia passione.

Una volta rientrata in Italia trovare lavoro non è stato difficile, soprattutto perché dopo un anno negli Stati Uniti sapevo bene l’inglese.
E così sono entrata nel mondo del lavoro, in azienda, in ambito assicurativo.
Avevo tantissimo entusiasmo, lavoravo in modo efficiente e cercavo di completare più pratiche possibili al giorno, una sorta di sfida personale. In ufficio mi ritrovavo quotidianamente a stampare centinaia di fogli: documenti, email, verbali, in sostanza qualsiasi informazione che entrava in azienda per via telematica veniva anche stampata su carta, sempre.
Lo facevo io ma anche tutti i miei colleghi. Non ci ho messo molto per accorgermi dell’enorme quantità di carta presente in quegli uffici.

 

 

Ho fatto due più due vedendo che la quantità di carta utilizzata si trasformava spesso in carta buttata nel cestino.
Ho cominciato, quasi di nascosto, a portare a casa gli scarti dell’ufficio. Anziché buttare la carta, la mettevo in borsa e la tenevo in serbo per il weekend quando nella cucina di casa mi divertivo a continuare la mia sperimentazione con la carta riciclata. Tutto questo è andato avanti per quasi 3 anni. Quando ho cominciato a raccontare ai colleghi della mia passione per la carta é successa una delle cose più belle: alcuni di loro hanno cominciato a “tenere da parte la carta per Sonia”, e così al venerdì, alla fine della settimana lavorativa, facevo il giro degli uffici e caricavo la macchina di cartoni pieni di fogli da riciclare.

Quel lavoro all’interno dell’azienda non era sicuramente quello che avrei voluto fare nella vita, ha cominciato a starmi decisamente stretto e la cosa più ovvia che mi sono sentita di fare è stato mollarlo. Di solito ragiono sempre a lungo sul da farsi e nel momento in cui la decisione è presa, non lascio passare più di un secondo dal pensiero all’azione. Così il lunedì ho dato le dimissioni per il venerdì.

Ma quel lunedì è successa anche un’altra cosa che mi ha fatto prendere quella decisione.
Da tempo cercavo su Google corsi di approfondimento sulla carta artigianale ma purtroppo in Italia trovavo pochissimo se non nulla, fino a quando, quel famoso lunedì, è arrivata l’illuminazione. A Toscolano Maderno, in provincia di Brescia, stavano avviando un corso di formazione per riprendere l’antica arte della carta a mano nella bellissima Valle delle Cartiere. Eccola lì l’ultima ragione che mi serviva per dare alla mia vita un’altra direzione.
Ho percorso il tragitto Verona – Toscolano Maderno per quasi un anno, condividendo una delle esperienze più belle con altri giovani, diventati amici.
Alla fine di questo percorso mi sembrava chiaro che ormai non potevo fare finta di nulla, da quel viaggio a Boston era passato tanto tempo e la carta non aveva mai smesso di fare parte della mia vita.

 

 

La famiglia del Verona FabLab

 

 

Così ho cominciato a cercare uno spazio a Verona che potesse ospitare il mio laboratorio e l’ho trovato all’interno del Verona FabLab un luogo parecchio speciale dove la creatività incontra l’innovazione. Negli ultimi 3 anni e mezzo ho lavorato part-time per il FabLab mentre part-time ho giocato nel mio laboratorio. Ho sperimentato tutto quello che mi passava per la testa ed ho anche avuto modo, con il tempo, di attrezzarmi e di organizzarmi per una produzione più voluminosa. Grazie al FabLab è cominciata anche l’esperienza di insegnamento nelle scuole. Di classe in classe mostro a bambini e ragazzi la nascita di un foglio di carta, ed è una delle più grandi soddisfazioni.

 

 

 

Piccola pressa realizzata al Verona FabLab per i laboratori di carta riciclata nelle scuole.

 

 

 

 

Oggi sono ancora al Verona FabLab e passo le giornate nel mio laboratorio full-time, sì, perché il fare carta è diventato a tutti gli effetti un lavoro e Carta Muriel esiste davvero, è una piccola realtà artigianale dove ci siamo io e la mia passione, è la realizzazione di un sogno, è il risultato di anni in compagnia della carta. Di certo è una sorpresa perché nei banchi di scuola mai mi sarei immaginata che un giorno sarei diventata un’artigiana della carta.

 

Guardandomi indietro riesco a collegare tutti i puntini che mi hanno portata ad essere qui, un po’ inaspettatamente, un po’ grazie alla perseveranza che mi caratterizza quando si tratta di realizzare qualcosa a cui tengo. Ora è davvero cominciata l’avventura e l’unica cosa che sento di dirmi è “Buon viaggio Carta Muriel”.

 

 

Su di me: la versione lunga della storia – parte 1

Voglio imparare bene l’inglese.

Ero alle scuole medie quando questa frase ha cominciato a risuonare nella mia testa.
Perché comincio da questa frase per raccontare la mia storia? Sono abbastanza sicura che sia partito tutto da lì.

Mi è sempre piaciuta tantissimo la musica e imparare i testi delle canzoni in lingua per me era una cosa da fare, poi ho cominciato a guardare  film in inglese.
Forse sono stati proprio quei film a farmi venire voglia di viaggiare e di vedere un po’ di mondo, quello che vedevo attraverso uno schermo.
A 16 anni ho preso il mio primo volo, direzione Stati Uniti. A 16 anni, un viaggio del genere, ti può cambiare la vita, di certo per me è stata la realizzazione di un sogno. Ricordo esattamente, una volta atterrata per la prima volta al JFK di New York, di aver pensato “ok, ora sì che sono dentro quel film”. Quel viaggio mi ha portata da New York a Santa Rosa, a nord di San Francisco, in California, dove ho vissuto con una famiglia americana per un mese.

Quando sono tornata a casa ho capito che il viaggio in California significava un inizio e che studiare lingue sarebbe diventato un mezzo necessario per continuare a realizzare il sogno di viaggiare. Nel 2010, contro ogni previsione, torno negli Stati Uniti per un altro mese, e poi, finite le scuole superiori ci torno di nuovo.
A 19 anni, età in cui sono partita per vivere il mio anno a Boston la frase nella mia testa era “ok, ora l’inglese l’ho imparato, vediamo dove mi porta”. Sono partita per Boston senza aspettative, sapevo che sarei stata all’estero per 12 mesi, e non avevo la minima idea di quello che avrei fatto una volta rientrata in Italia.

 

 

La risposta è arrivata senza che io la cercassi, o meglio, è arrivato un piccolo suggerimento.
Quel suggerimento mi ha portata a 27 anni ad aprire la mia piccola attività. Sono entrata nel mondo della carta artigianale per caso, ma ho scelto di rimanerci perché é diventata la mia passione.

Durante il mio anno a Boston mi sentivo curiosa di provare tutto. Mi sono iscritta ad un corso di “mixed media art” presso il New Art Center di Newton Center. Il corso prevedeva la realizzazione di opere con diverse tecniche artistiche, era proprio quello che cercavo: sporcarmi le mani e provare.
Sono sempre stata affascinata dal mondo dell’arte, ma fino a quel momento non avevo mai veramente provato a cimentarmi in prima persona. I primi risultati erano piuttosto mediocri e questo mi scoraggiava parecchio, poi un giorno ho fatto vedere all’ insegnante uno dei lavori che ci aveva assegnato per casa e la sua reazione è stata: “YOU GO GIRL!”, quell’incoraggiamento mi ha completamente spiazzata, non me l’aveva mai detto nessuno. E così, una semplice frase mi ha dato la spinta per continuare a sperimentare. E’ in questa fase di prove e sperimentazioni che è arrivata la carta.

Ho comprato il mio primo kit per produrre carta fatta a mano sul sito di “Paper Alice”. Ho cominciato a fare carta da sola, guardando video su YouTube e chiedendo aiuto a Google per qualsiasi curiosità.
Sono partita da quello che avevo in casa e così ho cominciato a fare carta riciclata…

 

LEGGI LA SECONDA PARTE DELLA STORIA

 

 

La foglia Muriel

Mi chiedono spesso come mai ho deciso di chiamare la mia attività Muriel.
La risposta va cercata indietro nel tempo, quando ero piccola e leggevo e rileggevo il libro di Leo Buscaglia “La foglia Muriel”.

Muriel è una piccola foglia che con la dolce ingenuità di chi non sa ancora a cosa porterà il cambio delle stagioni ed il passaggio del tempo, vive la sua vita sul grande albero della vita cercando di capirne piano piano il significato. Alla fine si rende conto che è nata per una ragione precisa, per raggiungere uno scopo che, in ultimo, servirà a creare nuova vita.

E’ una storia scritta per bambini ma che forse si capisce davvero solo da grandi.
Ve la lascio qui, nel caso aveste voglia di entrare nel mondo della piccola foglia Muriel.

 

 

La primavera era finita.

Anche l’estate.

La foglia Muriel si era fatta grande. La sua parte mediana era larga e robusta, i suoi cinque lobi diritti e appuntiti.

In Primavera, quando aveva fatto la sua apparizione, non era che un piccolo germoglio su un ramo abbastanza grosso prossimo alla cima di un albero maestoso.

Muriel era circondata da centinaia di foglie uguali a lei, o che almeno così sembravano. Ma non tardò a scoprire che non esistevano due foglie uguali, neanche sullo stesso albero. Accanto a lei c’era una foglia che si chiamava Marjorie. Monica era la foglia alla sua destra, mentre quella così graziosa che le pendeva sul capo aveva nome Magda. Erano cresciute tutte insieme, insieme avevano imparato a danzare con le brezze primaverili, a dondolarsi mollemente al sole d’estate, a lavarsi sotto lo scroscio rinfrescante delle piogge.

Ma l’amica del cuore di Muriel era Martha. Martha era la foglia più grande del ramo, e si sarebbe detto che fosse stata lì prima di tutte le altre. Era anche la più saggia e la più esperta, o così almeno sembrava a Muriel. Fu Martha a informare le altre che facevano parte di un albero. Fu Martha a spiegare che quell’albero cresceva in un giardino pubblico. Ancora Martha disse loro che l’albero aveva solide radici nascoste laggiù, sotto terra. E poi raccontò del sole e della luna e della stagioni e delle stelle. Parlò degli uccellini che si posavano sul loro ramo per intonare canti mattutini.

Muriel era contenta di essere una foglia. Le piaceva il suo ramo e voleva bene alle sue sorelline. Che soddisfazione trovarsi lassù nel cielo scaldata dai raggi del sole, animata dal gioco del vento, toccata dalle ombre candide e soavi della luna!

L’Estate soprattutto era stata bellissima. Che delizia quelle giornate così lunghe, così calde. E che pace in quelle tiepide notti.

C’era stata gran folla d’estate nel giardino. Spesso la gente veniva a sedersi sotto l’albero di Muriel.

Martha le aveva spiegato che uno degli scopi dell’albero era far ombra.

“Che cos’è uno scopo?” aveva chiesto Muriel.

“Uno scopo è una ragione d’essere” aveva risposto Martha.

“Rendere le cose più gradevoli agli altri è una ragione d’essere. Altra ragione d’essere è far ombra ai vecchi che vengono qua sotto per sfuggire al caldo che c’è a casa loro e così pure offrire un angolino fresco ai bambini che si radunano a giocare e far vento tutte insieme alla gente che siede sull’erba e fa picnic su una tovaglia a scacchi. Tutte queste cose sono ragioni d’essere.”

Muriel trovava simpatici soprattutto i vecchi. Sedevano sul prato, tranquilli, silenziosi, e se ne stavano così, senza muoversi o quasi. A bassa voce chiacchieravano del tempo che fu.

Anche i bambini però erano uno spasso, sebbene qualche volta incidessero nella corteccia il loro nome o vi scavassero dei buchi. Ma pazienza! Era così bello sentirli ridere, vederli correre senza mai stancarsi.

Presto l’Estate di Muriel finì.

Accadde in una notte d’ottobre.

Muriel non aveva mai avuto tanto freddo. Tutte le foglie tremavano, intirizzite, erano ricoperte da un’esile guaina bianca che infine si sciolse lasciandole bagnate di gelida guazza e lucenti nel sole del mattino.

Fu ancora Martha a spiegare come stessero le cose. Disse che avevano sperimentato per la prima volta la brina. La brina annunciava che ormai era autunno e che tra poco sarebbe arrivato l’inverno.

Ed ecco che quasi di punto in bianco tutto il giardino cambiò aspetto vestendosi di una gran varietà di colori. Non restava una sola foglia verde. Marjorie era diventata di un giallo intenso, Monica di un allegro arancione. A Magda era toccato un bel rosso fiamma e a Martha un viola austero, mentre Muriel era vestita di rosso e d’oro e di turchino. Le foglie erano uno splendore. Muriel e le sue amiche avevano trasformato l’albero in un arcobaleno.

“Ma come mai siamo tutte di colore diverso,” domandò Muriel “dal momento che apparteniamo allo stesso albero?”

“Ciascuna di noi è diversa. Abbiamo vissuto esperienze diverse. Ognuna si è esposta al sole a modo suo. Ognuna ha proiettato l’ombra diversamente. Come potremmo non avere colori diversi?”.

Martha diceva cose piene di buonsenso. Poi comunicò a Muriel che quella stagione si chiamava Autunno.

 

Un giorno accadde un fatto molto strano. Le brezze che in passato invitavano a ballare, presero a infierire sulle foglie, a scollarle, a tormentarne i piccioli. Qualche foglia dovette lasciare suo malgrado il ramo. Si staccò rimanendo in balìa del vento, volò un poco qua e là, si posò a terra dolcemente.

Tutte le foglie rabbrividivano di paura.

“che diamine succede?”

chiedevano le foglie bisbigliando appena.

“E’ quanto capita in Autunno”. Disse Martha. “E’ tempo per le foglie di andare a stare altrove. Dicono alcuni che questo si chiami morire.”

“E moriremo tutte?” domandò Muriel.

“Certo,” rispose Martha “non esiste cosa che non muoia. Non importa che sia piccola o grande, fragile o robusta. Per un po’ compiamo il nostro lavoro, sperimentiamo il sole e la luna, la pioggia e il vento. Impariamo a ridere e a ballare. Poi, alla fine, moriamo.”

“Ma io non voglio!” esclamò Muriel, decisa. “Tu vuoi morire, Martha?”

“Io sì,” replicò Martha “quando sarà la mia ora.”

“E quando arriverà?” domandò Muriel.

“Questo nessuno può saperlo con certezza” rispose Martha.

Muriel si accorse che le altre foglie continuavano a staccarsi dai rami

“Si vede,” pensò “che la loro ora è già suonata.” Notò che qualcuna, prima di cadere, si dibatteva nel vento. Altre semplicemente si lasciavano andare e quietamente scendevano giù.

In poco tempo l’albero rimase quasi nudo.

“Ho paura di morire” disse Muriel a Martha. “Io non so cosa ci sia là dove cadiamo.”

“E’ naturale, Muriel” la rassicurò Martha. “Chi non ha paura dell’ignoto? Però, tu non ti sei spaventata quando la Primavera è diventata Estate. E nemmeno quando l’estate è diventata Autunno. Sono stati cambiamenti naturali. E allora, perché temere la stagione della morte?”.

“Anche l’albero muore?” chiese Muriel.

“Sì, un giorno morirà anche lui.

Ma esiste una cosa più forte anche dell’albero. La Vita. Lei non muore mai. Tutti noi siamo parte della Vita.”

“E dove ce ne andremo quando saremo morte?”.

“Nessuno può dirlo con sicurezza. E’ questo il grande Mistero!”

“Credi che torneremo, in Primavera?”

“Noi forse no, ma la Vita sì.”

“Ma allora qual’ è la ragione di tutto ciò?” Muriel non la finiva più, con le domande. “A che scopo siamo state qui, se dovevamo cadere e morire tutte quante?”

Martha le rispose con il solito buonsenso. “Lo scopo è stato conoscere il sole e la luna. Vivere insieme felici e contente. Fare ombra ai vecchi e ai bambini. Vestirci dei colori dell’Autunno. Conoscere le stagioni. Ti sembra poco, Muriel?”

Quel pomeriggio stesso, nella luce dorata del crepuscolo, Martha si lasciò andare. Cadde senza sforzo e nel cadere parve sorridere, serena.

Disse: “Per il momento arrivederci, Muriel”.

Da quel momento Muriel rimase sola.

Sul ramo non c’era che lei.

L’indomani cadde la prima neve. Era soffice, bianca, carezzevole. Ma fredda, troppo fredda. Quel giorno fu molto breve, e il sole non comparve. Muriel si accorse di rattrippirsi, di raggrinzirsi, di scolorire. Faceva un freddo terribile e la neve le gravava addosso.

All’alba si levò il vento e la rubò al suo ramo. Muriel non sentì male.

Fluttuò verso terra dolcemente, lentamente, in silenzio.

Mentre cadeva, vide per intero il suo albero. Com’era forte e ben piantato! Sicuramente avrebbe vissuto ancora molto tempo. Era stata parte della sua vita, e ne andava fiera.

Muriel atterrò su un monticello di neve. Era soffice e – stranamente – le parve quasi tiepido. In quella posizione insolita si sentì comoda come non era mai stata in vita sua. Chiuse gli occhi e si addormentò. Non sapeva che dopo l’inverno la Primavera sarebbe tornata, che la neve si sarebbe sciolta per diventare acqua. Non sapeva neppure che lei, secca e ormai in apparenza priva di scopo, si sarebbe impregnata di quell’acqua e avrebbe contribuito a irrobustire l’albero. Ma soprattutto non sapeva che a due passi da lei, celati sotto terra, c’erano già i progetti per fabbricare foglie nuove, in Primavera.